Val Del Chiese
Ottant’anni di ottimismo
lug
10
2012

Ottant’anni di ottimismo

Al pari dei suoi clienti-amici-compaesani, anche Camillo ricorda tutto. Ma non pensate a lui come a quei vecchi che accompagnano i ricordi a banali constatazioni tipo una volta si stava meglio.

Camillo ricorda una Val del Chiese fatta di inverni in povere case più esposte a freddo e umidità, tanta polenta e poco altro. Così poco lavoro, ad esempio, da dover andar via quasi tutti.

Camillo è andato in Svizzera e ci è rimasto ventitré anni. Non ci stava male, altrimenti oggi l’albergo della sua famiglia non si chiamerebbe Ginevra. “Però nessuno di noi ha mai pensato di rimanere per sempre. Siamo gente che prima o poi ritorna in Valle“. Per lui il momento è arrivato alla nascita del figlio. “Era il momento giusto”, dice. Come se l’istinto gli avesse detto di ricongiungere futuro e passato della stirpe.

Camillo però è uomo concreto. Non si inganna di fronte ai nostri romanticismi: “Sono tornato anche perché in valle erano cambiate delle cose ed era possibile farlo”. L’Arrivo delle dighe aveva creato rapidamente un indotto di migliaia di posti di lavoro. Con le nuove strade la Val del Chiese era più vicina a Brescia, il boom degli anni Sessanta faceva arrivare villeggianti lombardi. Insomma, l’istinto è importante, ma per chi vuole aprire un ristorante lo sono anche gli operai e i turisti…

La domanda è sempre la stessa: Camillo, meglio una volta o oggi?

La risposta invece non è di quelle solite: “meglio oggi, su tutto, prendi per esempio il mio lavoro. Una volta si faceva più fatica e c’era meno varietà. Oggi c’è più qualità, anche perché i clienti sono più esigenti e ci spingono a migliorarci sempre. C’è solo una cosa che un tempo era migliore”.

Quale?

“I villeggianti rimanevano più tempo e tornavano tutti gli anni. C’era modo di allacciare dei veri rapporti di amicizia. So che oggi queste parole sembrano non sincere, ma davvero di certi nostri ospiti di Abbiate Grasso o Legnano sapevamo tutto, eravamo veri amici anche se noi facevamo gli albergatori e loro erano nostri clienti”.

L’intervista finisce e Camillo ci offre un caffè, rimane sorpreso del fatto che noi, metà dei suoi anni, gli diciamo che se lo prendiamo corretto a grappa non riusciamo più a lavorare, ci saluta e se ne torna in cucina. Pronto per un’altra delle sue belle e positive giornate.

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POSTATO IN: sapori, turisti | 10 luglio 2012 - 7,28
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